Quando si parla di ipnosi, spesso l’immaginario collettivo la associa a qualcosa di spettacolare o misterioso. In realtà, l’ipnosi clinica è uno strumento terapeutico serio, utilizzato da tempo in ambito psicologico e psichiatrico come supporto integrato nel trattamento di diversi quadri di sofferenza emotiva.
Nel mio lavoro clinico, l’ipnosi non è mai una tecnica isolata, né una scorciatoia: è piuttosto una modalità di accesso più profonda all’esperienza soggettiva della persona, utilizzata solo quando il contesto terapeutico è sufficientemente stabile e quando il paziente è pronto a lavorare su di sé in modo più interno e simbolico.

Lo stato ipnotico: uno spazio di ascolto interno
Dal punto di vista clinico, lo stato ipnotico non è una perdita di controllo, ma uno stato di attenzione focalizzata, in cui la persona resta presente e consapevole, ma meno vincolata ai consueti automatismi cognitivi ed emotivi. Questo permette di lavorare su vissuti, immagini, sensazioni corporee ed emozioni in modo più diretto, ma sempre rispettoso.
Nei materiali di studio sull’ipnosi in psichiatria viene sottolineato come l’intervento ipnotico moderno si collochi all’interno di un modello naturalistico integrato, in linea con altri approcci psicoterapeutici e lontano da visioni rigide o direttive
Ipnosi e disturbi dell’umore
Nei disturbi depressivi, l’ipnosi non sostituisce la psicoterapia né, quando indicata, la terapia farmacologica. Può però rappresentare un valido supporto per lavorare su aspetti centrali come:
il senso di autosvalutazione,
la perdita di contatto con le risorse personali,
la rigidità del tempo soggettivo (un presente percepito come immobile o senza futuro),
la difficoltà a sentire e riconoscere le proprie emozioni.
L’approccio ipnotico contemporaneo lavora soprattutto sul rafforzamento dell’Io, sull’accesso alle risorse e sulla ridefinizione simbolica dell’esperienza depressiva, piuttosto che sulla “eliminazione del sintomo”
Nel mio modo di lavorare, questo significa procedere per gradi, integrando le visualizzazioni ipnotiche con il percorso terapeutico già in atto, e utilizzando il linguaggio simbolico solo quando il paziente può farne esperienza senza sentirsi sopraffatto.
Ansia, controllo e bisogno di sicurezza
Nei disturbi d’ansia, l’ipnosi consente di dare forma e confini all’esperienza ansiosa, trasformandola da qualcosa di indefinito e pervasivo a un contenuto psichico osservabile e modificabile. Le tecniche di ristrutturazione dell’esperienza sotto trance permettono di lavorare su immagini, sensazioni corporee e significati emotivi in modo più incisivo rispetto al solo piano cognitivo.
Nella pratica clinica, questo si traduce in un lavoro mirato sulla sensazione di sicurezza interna, fondamentale per le persone che vivono uno stato di iperattivazione costante.
Disturbi ossessivo-compulsivi e rigidità interne
I materiali mostrano come, nel disturbo ossessivo-compulsivo, l’ipnosi tradizionale abbia margini limitati, mentre risulti più efficace un lavoro ipnotico orientato alla dissociazione, alla regolazione dell’ansia e alla rielaborazione dei fattori intrapsichici che sostengono il bisogno di controllo.
Nel mio approccio, l’ipnosi non viene utilizzata per “forzare” il cambiamento, ma per creare uno spazio interno più flessibile, in cui il paziente possa osservare i propri automatismi senza identificarvisi completamente.
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Un uso etico e consapevole dell’ipnosi
L’ipnosi non è adatta a tutti, né a tutte le fasi della terapia. Per questo, nel mio lavoro clinico, viene proposta solo quando:
esiste una relazione terapeutica sufficientemente solida,
il paziente ha sviluppato un minimo di capacità di autoregolazione,
l’obiettivo dell’intervento è chiaro e condiviso.
L’ipnosi, in questa cornice, diventa uno strumento di approfondimento, non di sostituzione: un modo per accompagnare la persona a contattare parti di sé spesso silenziose, ma fondamentali per il processo di cambiamento.
Bibliografia
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