Molte persone arrivano a chiedere aiuto dicendo:
“Lo so che è ansia, ma quello che mi spaventa è il corpo.”
Palpitazioni, tensione allo stomaco, urgenza intestinale, respiro corto, senso di allarme improvviso.
Spesso questi segnali compaiono prima ancora di un pensiero consapevole e vengono vissuti come qualcosa di incontrollabile, quasi estraneo.
In realtà, dal punto di vista psicologico e neurofisiologico, il corpo non sta sbagliando.
Sta facendo esattamente ciò per cui è programmato.

L’ansia non è solo nella testa
Quando si parla di ansia, si tende a immaginarla come un fenomeno mentale: preoccupazioni, rimuginio, pensieri negativi.
Ma l’ansia è prima di tutto una risposta dell’intero organismo.
Il sistema nervoso è progettato per individuare rapidamente i segnali di pericolo e preparare il corpo a reagire.
Questa risposta è automatica, rapida e spesso precede il pensiero razionale.
Ecco perché molte persone sperimentano l’ansia attraverso il corpo prima ancora di riuscire a darle un significato mentale.
Il corpo come sistema di allarme
Il corpo funziona come un sofisticato sistema di allerta.
Quando percepisce una minaccia — reale o simbolica — attiva una risposta di protezione.
Oggi il pericolo raramente è fisico.
Può essere emotivo, relazionale, legato alla perdita di controllo, al giudizio, al fallimento o a uno stress prolungato.
Il corpo non distingue tra “pericolo esterno” e “pericolo interno”.
Risponde comunque, mettendo in atto reazioni che hanno lo scopo di proteggere la persona.
Il problema nasce quando questa attivazione diventa cronica.
Quando il sintomo diventa il problema
A un certo punto, il sintomo fisico smette di essere solo un segnale e diventa il centro dell’attenzione.
La persona inizia a monitorare costantemente il corpo:
“E se succede di nuovo?”
“E se perdo il controllo?”
“E se non riesco a gestirla?”
Ogni sensazione viene amplificata, ogni minimo cambiamento interpretato come un segnale di pericolo.
In questo modo si crea un circolo vizioso: più attenzione → più allarme → più sintomi.

Il paradosso del controllo
Quando l’ansia passa dal corpo, il bisogno di controllo aumenta.
Si cerca di controllare le sensazioni, il respiro, il battito cardiaco, le situazioni, i luoghi.
Il controllo nasce come tentativo di sicurezza.
Ma richiede iperattenzione, e l’iperattenzione mantiene il corpo in stato di allerta.
Questo è uno dei paradossi centrali dell’ansia:
cerco di controllare per sentirmi al sicuro, ma così facendo segnalo al corpo che il pericolo è reale.
Il corpo, coerentemente, intensifica la risposta.
Anticipazione, vergogna ed evitamento
Con il tempo, l’ansia si sposta dal presente al futuro.
Nasce l’anticipazione: la paura che il sintomo torni, che non sia gestibile, che sia visibile agli altri.
A questo spesso si associa la vergogna:
la sensazione di essere fragili, sbagliati, “meno capaci” degli altri.
L’evitamento sembra una soluzione, ma restringe progressivamente lo spazio di vita e rafforza l’ansia nel lungo periodo.

Cosa fa davvero la terapia
Contrariamente a quanto si pensa, la terapia non lavora per eliminare il sintomo o per insegnare un controllo migliore.
Il lavoro terapeutico mira a:
ricostruire sicurezza interna
aumentare la tolleranza delle sensazioni corporee
ridurre l’ipercontrollo
ristabilire un rapporto di fiducia con il corpo
Quando il corpo smette di essere percepito come un nemico, l’ansia perde gran parte del suo potere.
L’obiettivo non è “non sentire più”, ma sentire senza andare in allarme.
Conclusione
Se l’ansia si manifesta nel corpo, non è un segno di debolezza.
È il linguaggio che l’organismo utilizza quando le parole non sono ancora disponibili.
Imparare ad ascoltare il corpo, invece di combatterlo, è uno dei passaggi fondamentali nel lavoro psicologico sull’ansia.
Bibliografia essenziale
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